Biografia di Raimon Panikkar

di Joseph Prabhu

Raimon Panikkar, noto a molti  come professore, studioso, mentore, o semplicemente amico, è morto nella sua casa di Tavertet, vicino a Barcellona,il 26 agosto 2010. Aveva novantun anni  e la sua salute era malandata da qualche tempo, ma è vissuto abbastanza per assistere al giorno in cui le sue Gifford Lectures, la cui stesura, che era iniziata ad Edimburgo nel 1989, sulla quale da allora aveva continuato ad arrovellarsi  (scrisse circa 19 differenti versioni di parti dei testi), finalmente vide la luce nel mese di giugno 2010  quando fu pubblicata  con il titolo The Rhytm of Being (Orbis Books).
Panikkar  ha vissuto ed ha insegnato negli Stati Uniti dal 1966-1987 ed era noto a generazioni di studenti qui e in tutto il mondo attraverso le sue conferenze e i suoi molti libri. Quello che leggevano erano costituito dall’ascolto delle pause di riflessione di una persona multi-dimensionale, che era al tempo stesso un filosofo, un teologo, un mistico, un sacerdote ed un poeta.
Si trattava di un personalità complessa  che combinava una varietà di aspetti che lo rendevano a volte difficile da capire. Era un formidabile studioso con dottorati in filosofia, teologia, chimica ed una dimestichezza linguistica e di apprendimento delle tematiche religiose in più di una dozzina di lingue. Ma fondamentalmente era un mistico e un contemplativo, che aveva scelto ,alla fine della sua carriera accademica nel 1987 , di vivere nel piccolo villaggio di montagna di Tavertet (popolazione 75 abitanti) in una parte remota dei Pirenei, a nord  di Barcellona. Luogo in cui non era facilmente raggiungibile, perché staccava il telefono per metà della settimana. La stanza di preghiera e di meditazione nella sua abitazione  erano ubicate accanto al suo studio, e vi era dunque una differenza impercettibile  tra i due spazi,quello letterario e quello della coscienza.
Scrisse una volta :
"Scrivere, per me, è meditazione, cioè medicina, e anche moderazione, mettere ordine in questo mondo. Scrivere, per me, rappresenta  la vita intellettuale e che a sua volta è  esistenza spirituale. Il culmine della vita è, a mio parere, il partecipare alla vita dell'universo, ad entrambe le sinfonie cosmiche e divine a cuianche noi mortali siamo invitati. Non è solo una questione di vivere, ma anche di lasciare che la vita sia, questa vita che ci viene offerta come un dono in modo che possiamo sostenerla e approfondirla. "(La dimora della Saggezza)

Era nato da  padre indiano di religione indù e da madre spagnola cattolica, il 3 novembre 1918. Aveva ricevuto un’ educazione cattolica nella scuola dei Gesuiti  di Barcellona per poi  intraprendere gli studi universitari in scienze naturali, filosofia e teologia, prima a Barcellona e poi a Madrid. Poco dopo, con lo scoppio della guerra civile spagnola , Panikkar fu in grado di approfittare del suo status di figlio di un padre cittadino britannico, per andare all'università di Bonn, in Germania a  continuare i suoi studi là. Quando la Seconda Guerra Mondiale iniziò nel 1939, Panikkar ritornò in Spagna  completando il primo dei suoi tre dottorati, quello in Filosofia presso l'Università di Madrid nel 1946.

Alla fine del 1954, quando aveva già 36 anni, Panikkar  visitò per la prima volta l'India, la terra del padre. Questo periodo rappresentò uno spartiacque, avviando un riorientamento decisivo dei suoi interessi e della sua teologia. Era entrato in un mondo religioso e culturale radicalmente nuovo, ben diverso dall’Europa cattolica della sua giovinezza. La trasformazione venne incentivata dall’incontro  e dall’amicizia stretta con tre monaci, che come lui cercavano di vivere ed incarnare la vita cristiana in India, nelle forme prevalentemente Indù e Buddista : Jules Monchanin (1895-1957), Henri Le Saux, noto anche  come Swami Abhishiktananda (1910-1973), e Bede Griffiths, monaco benedettino inglese (1906-1993). Tutti e quattro, in modi diversi, scoprirono e amarono la ricchezza e la saggezza spirituale profonda delle tradizioni indiane, e tentarono di vivere ed esprimere le loro fondamentali convinzioni cristiane anche nelle forme indù e buddista. In una certa misura questa appartenenza multipla fu resa possibile dall’aver abbracciato l’ Advaita, l'idea indiana del non-dualismo, che vede le profonde, spesso nascoste  connessioni tra le tradizioni, senza in alcun modo minimizzarne le differenze .
In una delle più note frasi di Panikkar, relative al cammino della sua vita, egli affermava: "Ho lasciato l'Europa (per l'India), come cristiano, mi sono scoperto hindu e sono ritornato  buddhista, senza aver mai cessato di essere cristiano." In questa affermazione sono presesenti una miriade di significati. Il cristianesimo nella sua evoluzione storica è una propaggine della tradizione ebraica e poi si diffonde nel mondo greco-romano, acquisendone alcune espressioni culturali che hanno contribuito a conferirle  forma e carattere. Panikkar, essendo cresciuto e maturato in un ambiente tradizionale cattolico e neo-tomista, aveva una profonda conoscenza e rispetto per questa tradizione. Questo lo ha indubbiamente preparato alle dispute con le grandi menti del Cattolicesimo del XX secolo: Jean Danielou, Yves Congar, Hans Urs von Balthazar, e altri.

E 'stato anche invitato a partecipare al Sinodo di Roma e al Concilio Vaticano II. Ma Panikkar non volle mai mescolare o confondere il fatto contingente storico con la verità spirituale. Nell’ Induismo e nel Buddismo egli aveva trovato altri linguaggi, oltre l’ ebraico biblico, la filosofia greca e il cristianesimo latino, per esprimere le convinzioni di fondo (il kerygma) della tradizione cristiana.
Questa fu la tesi principale di Il Cristo sconosciuto dell'induismo, che Panikkar  aveva inizialmente presentato come tesi di dottorato presso l'Università Lateranense a Roma nel 1961. La tesi era basata  su un serrato confronto testuale tra Tommaso d'Aquino e l'interpretazione di Sankara di uno scritto indù canonico, il Brahma-Sutra. Cristo e il suo insegnamento non sono, come sostiene Panikkar, l’ esclusiva proprietà o il monopolio  del Cristianesimo considerato come religione storica. Piuttosto, Cristo è il simbolo universale dell’ unità divino-umana, il volto umano di Dio. Il Cristianesimo considera Cristo in un modo particolare ed unico, informato dalla sua storia ed evoluzione spirituale. Ma Cristo trascende di gran lunga il Cristianesimo. Panikkar chiama il nome di "Cristo" il "Supernome," in linea con S.Paolo: "nome sopra ogni nome" (Fil 2,9), perché è un nome che può e deve assumere altri nomi, come Rama, Krishna o Ishvara .

Questa intuizione teologica di Panikkar è stata fondamentale perché ha fornito la base del dialogo interreligioso che lui ,insieme a  Abhishiktananda e Bede Griffiths andavano  sostenendo e praticando . Lungi dal diluire o in qualche modo annacquare le principali credenze e pratiche cristiane, questo dialogo, oltre a promuovere la comprensione e l'armonia tra le religioni, ha fornito un supporto indispensabile per l'approfondimento della fede cristiana. Esso fornisce una visione e un punto di contatto con gli altri nomi non-cristiani e le altre manifestazioni di Cristo. Questo fu particolarmente importante per Panikkar, perché insieme ad altri teologi asiatici  aveva visto come  il cristianesimo storico avesse tentato, in particolare durante i  periodi coloniali, di convertire  Cristo in un Dio imperiale, con  licenza di vincere e trionfare sugli altri Dei. In questo consiste per Panikkar  la sfida del post-colonialismo, inaugurata nella seconda metà del XX secolo, che si sta svolgendo  nel  nostro presente e futuro storico. Nelle sue parole, “Al terzo millennio cristiano è riservato il compito di superare una cristologia tribale a favore di una Cristofania che permetta ai cristiani di vedere l'opera di Cristo nel mondo, senza asserire di avere una migliore comprensione o  un monopolio di quel Mistero, che era  stato loro rivelato in  modo unico. "

Inutile  dire che queste idee sorprendenti , sostenute con attenzione e rigore  e drasticamente espresse  focalizzarono  l'attenzione di pensatori religiosi e istituzioni secolari di tutto il mondo. Panikkar venne  invitato ad insegnare a Roma e poi ad Harvard (1966-1971) e presso la University of California, Santa Barbara (1971-1987). Egli era ora come ebbe a dire Leonard Swidler, che occupava la Cattedra del pensiero cattolico presso la Temple University, "l'apostolo del dialogo interreligioso e della comprensione interculturale". In puro stile apostolico, Panikkar ha viaggiato instancabilmente in tutto il mondo, facendo conferenze, scrivendo, predicando,  conducendo  ritiri. Il suo celebre servizio di Pasqua nei giorni di Santa Barbara attraeva visitatori da tutte le parti del mondo. Ben prima dell'alba ci si arrampicava sulla montagna vicino alla sua casa di Montecito, per meditare in silenzio nel buio e, una volta raggiunta la cima, per poi salutare il sole che sorgeva sopra l'orizzonte. Panikkar  benediceva gli elementi, aria, terra, acqua e fuoco e tutte le forme circostanti di vita vegetale, animale, umana per poi celebrare la Messa  e l'Eucaristia. Era una profonda celebrazione "cosmoteandrica"in comunione con  le  dimensioni umane, cosmiche e divine della vita che qui venivano affermate , ritualizzate e condotte ad  una profonda armonia. La celebrazione conseguente il servizio liturgico  a casa di Panikkar assomigliava per certi versi alla festa della Pentecoste come viene descritta nel Nuovo Testamento, tra genti di molte lingue impegnate in una animata conversazione . Al centro di tutte queste celebrazioni, ritiri e conferenze stava la figura di Panikkar con la sua vulcanica personalità . Le persone che lo incontravano ed ascoltavano  non potevano fare a meno di essere colpite da questo uomo minuto che negli anni della sua giovinezza  assomigliava ad una pioggia di fuochi d'artificio che esplodono in una vasta gamma di forme e colori. Ecco ciò che il grande poeta del Messico Octavio Paz, che era ambasciatore del suo paese in India dal 1962-1968, ricordava  di lui:
E 'impossibile non ricordare un indù catalano, oltre che teologo e  uccello migratore in tutti i climi da Benares a Santa Barbara, California: Raimundo Panikkar. Un uomo di intelligenza elettrica, con il quale passavo ore a discutere un certo punto controverso nella Gita o in un sutra buddista-.” (In Light of India 209).

Più tardi nella vita, Panikkar riuscì a coniugare la dignità di un saggio, la profondità di uno studioso, lo spessore di un contemplativo e il calore e il fascino di un amico dalla personalità effervescente. Un suo amico australiano , il dottor Meath Conlan, racconta che durante una sua visita al filosofo mentre  stavano  parlando  e cenando insieme, il telefono squillò. Era il Vaticano che lo chiamava per avere un consiglio relativo ad alcune osservazioni sul suo discorso di Ratisbona del 2006.

Egli fu noto come un grande studioso sia delle tradizioni indù che di quelle cristiane e del loro dialogo. La traduzione e il commento delle novecentoquaranta pagine  dei Veda e delle Upanishad, pubblicato in The  Vedic Experience: Mantramanjari, è uno studio ermeneutico sensibile che tenta di offrire il mondo vedico quale risorsa ancora viva per la nostra attualità. Allo stesso modo, il suo racconto dei miti indù in Myth,Faith and Hermeneutics,  cerca di  estrarne la più profonda  risonanza filosofica interculturale.

I critici, naturalmente, lo hanno accusato di aver dato una interpretazione cristiana dell'induismo, alla qual cosa spesso rispondeva affermando di aver dato una interpretazione induista del cristianesimo. Il punto per un pensatore come Panikkar è  quello di essere andato oltre le etichette e le idee convenzionali per giungere alla più profonda verità spirituale. Infatti, uno degli scopi principali del dialogo interreligioso per Panikkar è l’aspetto intra-religioso che dovrebbe far emergere, scoprendo i tesori che spesso si nascondono in ogni tradizione.

Forse il più audace dei tentativi di Panikkar nel tracciare un percorso spirituale induista-buddista-cristiano all'interno di un’autocomprensione ancora cristiana  è costituito da uno dei suoi primi testi, un piccolo libro anticipatore e dirompente pubblicato la prima volta nel 1970 :TheTrinity and World religion . Qui ha imposto una struttura trinitaria all’ Induismo e una struttura advaita al Cristianesimo, essendo entrambi "Trinità” e "Advaita “ simboli alternativi per il Mistero cosmoteandrico. Sulla base di tradizionali e non riconosciute dimensioni sommerse della Trinità cristiana, Panikkar ha tentato di collegare il buddismo con la dimensione silenziosa,di auto-svuotamento  del Padre; il Cristianesimo, Ebraismo e Islam, quali religioni della parola, con il Figlio, il Verbo incarnato e l’Induismo  advaita con l'immanente, la dimensione radicalmente interiore dello Spirito. Questo non corrispose ad un  intento imperialistico  di fornire  una struttura cristiana in  cui poter costringere le altre tradizioni. Piuttosto, prendendo il cristianesimo come punto di partenza, voleva mostrare che il cristianesimo non ha il monopolio sulla comprensione trinitaria e che tale comprensione arricchita dei contributi di altre tradizioni può infatti approfondire e trasformarle tutte.
E 'importante, tuttavia, bilanciare questo resoconto di Panikkar come pensatore con l’importanza che egli attribuiva a vivere una vita autentica. "La mia aspirazione", diceva spesso, "non consiste tanto nel difendere la mia verità, ma piuttosto nel viverla." Come disse uno dei suoi studenti, tra molti: "Egli ha integrato l'intelletto, l'impegno e la pratica in modo importante e ispirativo per molti di noi. Molte delle nostre vite e percorsi hanno beneficiato del suo tocco. "

Per citare solo un esempio di tale impegno, nel settembre 1994, all'età di 76 Panikkar ha fatto un pellegrinaggio di quasi un mese al Monte Kailash. Aveva un cuore debole, ed i medici erano contrari, ma Panikkar è stato determinato. Chiunque abbia intrapreso un tale pellegrinaggio può capirne i pericoli,- non ci sono possibilità di essere salvati , né vi sono servizi medici.- E 'stato in parte l’ adempimento di una promessa a suo padre Hindu Saivite. Come Panikkar ha scritto dopo la spedizione:
Sono sempre stato più incline al pellegrinaggio spirituale. Ma la memoria di un padre indù che raccontava la sua esperienza al figlio adolescente sul Kailasa si riflettè in lui, quando si presentò l'occasione di unirsi all’ultimo gruppo di sadhu cinesi  nel 1959. Aveva dovuto allora  rinunciare in virtù della santa (cristiana) obbedienza, e più tardi per altri motivi, non ultimo le condizioni del suo cuore che non sopportava l’ alta quota. Con un inspiegabile sincronicità degli eventi si trovò questa volta quasi spinto ad intraprendere il pellegrinaggio che per lui poteva probabilmente essere non solo ultimo, ma anche finale” (Setu ed. Bettina Baeumer, gennaio 1996)

Sedici anni dopo, Panikkar  effettivamente intraprese un ultimo e definitivo pellegrinaggio.  Possano Dio e gli dèi concedergli di riposare nella Grande Fonte, che ha cercato con tale intensità e unicità durante  la sua permanenza terrena.

Joseph Prabhu ( Adieu Panikkar, A Dieu - at Parliament of the World's Religions,  September 20, 2010, published in the Journal of Hindu-Christian Studies ) Dipartimento di Filosofia , California State University, Los Angeles 20 settembre 2010
(Traduzione di Patrizia Morganti)